Gela e suoi padroni - A proposito di petrolchimico.

di Salvatore Catania


Sono più di 50 anni che lo Stato italiano estrae dal sottosuolo del territorio di Gela un petrolio molto ricco di zolfo che produce come scarto una sorta di carbonella polverizzata, il petcoke. 
A Gela l'Eni è lo Stato. 
Se dovesse sostenere i costi di smaltimento, per questo rifiuto tossico che, invece, viene bruciato nella centrale termoelettrica avvelenando tutta la popolazione gelese, probabilmente se ne andrebbe oggi stesso. 
Ma poiché lo brucia ne ha, invece, un doppio guadagno perchè, oltre a vendere, a caro prezzo, la benzina e il gasolio, ricavate sopratutto dal nostro petrolio, ci vende l'energia elettrica, e ci vende anche l'acqua, perchè il dissalatore funziona proprio con quella energia elettrica. 
Bisogna anche rimarcare il fatto che questi signori, quando il petrolio se lo vanno a prendere in Libia o in Nigeria, pagano delle royalites pari al 70 % del ricavato, a Gela, essendo a casa propria (loro non i gelesi) ne pagano il 7 %.
I gelesi e il loro territorio per questi signori,  prevalentemente del nord Italia, grazie alla complicità di politici ascari, sono un gran bel pollo da spennare. 
Realizzare un sistema di abbattimento delle sostanze nocive, che sia veramente efficiente, ha dei costi altissimi, a loro non conviene, preferiscono avvelenarci. Per inciso l'impianto di abbattimento Snox, finanziato con i fondi della comunità europea, è stato il vano tentativo di prenderci tutti in giro, oltre che un ottimo affare per le ditte dell'indotto e per qualche politico che in qualche modo ha le mani in pasta in questi affari.
 Un capitolo a parte è la questione legata al modo in cui la raffineria di Gela ha ottenuto certificazioni di qualità ambientale (ISO UNI 14000 e EMAS) da parte di organismi che dovrebbero essere terzi e che invece puzzano di forte commistione tra controllori e controllati.
A Gela la fortuna di avere una grande quantità di giovani validi, brillanti, preparati, in gamba, provenienti da famiglie che non possono o, perchè no, non vogliono fare pressioni perchè il figlio abbia la parte del protagonista, sin dall'asilo, anche se non ne ha le capacità e neanche il merito, diventa un ingombro, una realtà imbarazzante, la giustificazione a detti popolari - "cu nesci rinesci" - che sono l'esatto opposto di quello che l'insediamento dello stabilimento petrolchimico a Gela rappresentava (la grande truffa nei confronti dei gelesi). Questi giovani, molti laureati, specializzati, sopratutto intelligenti, sono costretti ad andarsene da una città dove l'ecomostro domina e fa terra bruciata per rendere l'arma del ricatto occupazionale sempre più potente. A Gela, sempre più nel tempo, la mediocrità diventa requisito per essere classe dirigente, mentre, la capacità è requisito per essere sminuiti, denigrati e coperti di fango da un populismo che tende a mantenere inalterati gli equilibri tra chi può e chi no.
Il paradosso è che "chi non può" appartiene ad una maggioranza muta e sottomessa, mentre i pochi, figli dello stabilimento e della politica clientelare, e parentale, che in ogni caso non sono licenziabili ma, al limite, potrebbero essere solo costretti a trasferirsi in qualche altro stabilimento, o in qualche altra isola di privilegio, rappresentano una sparuta, potente, minoranza.
Ma quale giustizia vuole che un esiguo gruppo di figli della clientela e della corruzione (di posti di lavoro, anche, venduti con moneta sonante da un certo sindacato venduto e corrotto) viva e prosperi nella propria città accanto ai propri cari, evitando di spendere tutto quello che guadagna in un affitto nel nord della penisola, mentre, nel frattempo, tante energie positive sono costrette a farsi la valigia?
I politici sponsorizzati dall'Eni hanno impedito ogni forma di sviluppo alternativo allo stabilimento. Hanno intralciato, per anni, l'iter del piano regolatore generale (la delibera di adozione è stata fatta da un commissario della regione in un periodo di assenza di sindaco e giunta), hanno fatto apporre vincoli sic e zps (ambientali e con forti limitazioni alla nascita di attività produttive) in zone che di pregio ambientale non ne avevano l'ombra e che, clamorosamente, non solo facevano parte di zone D di piano regolatore vigente, e quindi destinate ad attività produttive ed artigianali, ma su cui erano stati, da pochissimo tempo, spesi 10 miliardi, circa, di vecchie lire, per opere di urbanizzazione per nuove zone industriali e produttive (e dove prima dei lavori c'erano cumuli di rifiuti tossici abusivi provenienti dallo stabilimento). Hanno impedito l'apertura dei centri commerciali a Gela, lo hanno fatto scientificamente bloccando la revisione degli strumenti urbanistici attraverso l'affidamento della loro redazione, non a tanti, e validissimi, architetti e ingegneri di cui Gela è abbondantemente dotata, ma a dei guru palermitani, figli della malapolitica, sicuramente capaci, ma che agiscono per conto di interessi che non sono certo quelli dei gelesi.
Il principio che è possibile barattare la salute con il lavoro di pochi, a Gela, è diventato nel tempo più che legittimo, ma il rischio che sono disposti a correre i pochi che, in qualche modo, beneficiano dell'occupazione che lo stabilimento dà loro, non può vanificare il sacrosanto diritto, della restante stragrande maggioranza, di avere tutelata la salute. Deve finire la complicità nei confronti di chi è succube di un sistema perverso. I gelesi devono capire che sono stati schiavizzati a tutti i livelli, economico, politico e sociale. Pensate a quanti genitori che, dopo una vita di sacrifici, anziani e malandati, sono soli, e ribadisco soli, perchè i figli sono costretti ad andarsene via per potere, a loro volta creare una propria famiglia. Chi ha più diritto? Quelle 1.000, 1.500 persone che, con le loro famiglie, arrancano di stabilimento? o i restanti 70.000 che sono costretti ad assistere impotenti a questa realtà surreale ?

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